Fly me to the moon.

16 09 2011

Questo, è il più classico dei racconti.

Era da un po’ che ci pensava. Non tanto per il senso d’avventura e nemmeno per la curiosità fine a se stessa; ciò che voleva scoprire, era la sensazione di essere lì, dato che ogni volta che la guardava, così tonda e luminosa, nel suo petto si spandeva quel tepore sconosciuto, come se avesse un uovo crudo tra i polmoni a cui si fosse rotto il guscio. Le ipotesi riguardo al come raggiungerla erano state molteplici, ma nessuna che lo avesse convinto a pieno: dalla cesta con i palloncini gonfiati ad elio progettata ad 8 anni passando per la navicella spaziale dei 14. Ma sia le risorse che la costruzione risultavano in tutti i casi molto poco affrontabili/affidabili.

Si sedeva lì, una volta al mese, sul muretto sotto casa che si affacciava al prato nero e sterminato, annusando quel sapore di campo nell’aria, e mentre le cicale annoiate spettegolavano tra loro, lui fissava per ore ed ore quel buco bianco nel cielo. In TV, ovviamente non si perdeva neanche uno dei reportage che descrivevano di settimana in settimana la costruzione delle fondamenta che avrebbero ospitato le futuristiche colonie lunari, anche se quelle immagini non restituivano per niente la vera essenza di quel luogo che lui sentiva battergli nel cuore incessantemente.

La base distava circa 250 km. Con l’autobus che portava alla capitale ci sarebbe arrivato molto vicino. I 18 anni si avvicinavano e lui sapeva che una volta arrivati, quel sogno si sarebbe dissolto tra i ritmi dell’età adulta. Non aveva ancora un piano ben delineato ma la sua spiccata propensione ad improvvisare compensava il difetto. In fondo, stava programmando di imbucarsi per andare sulla Luna, nessuno avrebbe detto che sarebbe stato facile; lui puntava sul fatto che magari nessuno avrebbe pensato di poter avere ospiti inattesi. Insomma, una falla della sicurezza dovuta all’improbabilità dell’impresa.

Lì dentro non si stava scomodi come pensava. Si era immaginato un buco angusto con poca aria, di metallo freddo e tempestato di tubi e valvole; invece lo spazio era abbastanza confortevole ed imbottito, pressurizzato e mantenuto a temperatura stabile, come aveva potuto notare dall’escursione termica trai 30° estivi dell’esterno e la piacevole frescura del suo giaciglio. Certo, la piccola ferita al petto che si era procurato scavalcando lo spinato dava un po’ di fastidio ma vista la portata dell’avventura era il minimo che si sarebbe aspettato, e in fondo era altamente sopportabile. Quando tutto cominciò a vibrare le sue palpebre si chiusero, così come i suoi pugni, fino a diventare bianchi. Il battito cardiaco accelerò e la fronte si imperlò di sudore freddo, mentre la paura attanagliava ogni suo arto, impedendogli di muoversi e a malapena di respirare. Poi cu fu il boato. poi la spinta, fortissima e violenta. poi il rumore assordante, continuo, e le vibrazioni, tremende. fu infinito, uno spazio dilatato tra gli estremi del tempo. poi più nulla, di colpo. non capì se si fosse addormentato o fosse svenuto, o quale luogo si affacciasse sull’esterno. era solo silenzio, e vuoto nella carne.

Tutto sembrava allacciato come si deve. Non che ci fossero delle istruzioni ma infilarsi quella roba era stato piuttosto intuitivo, pensò che tutti quei mesi di addestramento agli astronauti forse erano esagerati. O forse si stava illudendo, ma tant’è, ormai era lì. calzò il casco, e si rese conto che la visiera era scurissima. si sentiva goffo e stupido, ma l’eccitazione che gli scorreva nelle vene lo spingeva a continuare, combattendo il terrore che gli bisbigliava nelle orecchie. Aprì la botola, con uno sforzo immane. Riprese fiato. Lo riprese ancora. Poi, quando la sua testa fu fuori, non potè più riprenderlo. Perchè quell’immagine glielo aveva rubato tutto in un sol istante.

Si sedeva lì, una volta al giorno, sul muretto dietro la base che si affacciava alla pianura bianca e sterminata, annusando il freddo dell’ossigeno che arrivava dai bocchettoni del casco, e mentre le macchine nervose e iperattive litigavano tra loro, lui fissava per ore ed ore quel buco azzuro nel cielo. In TV, ovviamente non avevano mai mostrato quella prospettiva, anche se quelle immagini non restituivano per niente la vera essenza di quel luogo che lui sentiva battergli nel cuore malinconicamente.

Era arrivato dove voleva, ma quella sensazione era ricomparsa mentre guardava la sua casa, da lassù. e aveva capito che ciò che contava non era tanto il posto, ma il sogno che si creava in lui osservando qualcosa di grande, luminoso e distante. E aveva imparato che cambiare il punto di vista porta a capire cose nuove, cose di cui prima non si sarebbe accorto. La terra, vista da lassù, era mille volte meglio della luna. Ma imparò inoltre che un uomo può anche arrivare così lontano, ma più in là ci si spinge e più la solitudine si avvolge alle spalle. Capì allora che lui non apparteneva alla Luna, ma che la Luna gli apparteneva, ovunque lui fosse.

Ora, doveva tornare a casa.

Si imbucò come già aveva fatto. Si raggomitolò comodo, cullato dal silenzio e dal tepore della tuta spaziale. Si sentiva, stanco, tremendamente stanco. Il tempo trascorse pigro e flaccido. Sentì l’impatto con l’atmosfera, fortissimo e accecante. Poi socchiuse le palpebre e si lasciò morire in quel calore. Il sangue aveva ormai dipinto buona parte della tuta, affacciandosi a poco a poco da quella piccola ferita sul petto. Capì che anche se un uomo arriva sulla Luna, resta sempre un uomo. Ma era stato importante tornare a casa.


Azioni

Informazione

Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Modifica )

Foto Twitter

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Modifica )

Foto di Facebook

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Modifica )

Connecting to %s




Follow

Get every new post delivered to your Inbox.