Pensavo all’agonia dell’attesa. l’attesa di qualsiasi cosa: di un ritorno, di una notizia, di una vittoria o di una tragedia. e a quell’emozione che sempre più consciamente, partendo dai confini dello stomaco, in modo capillare striscia lungo le pareti, e che si agglomera poi in quel bolo che percepiamo distintamente, come fosse reale. pensavo a quanto straziante sia, e che il suo persistere non è gestibile, perché strettamente dipendente da qualcosa che noi, non possiamo controllare: l’unica soluzione resta sempre la fine dell’attesa.
ciò che si può fare è ingannare la mente tentando di distrarla; infilandoci dentro quanto più caos possibile, assordandola. ma ovviamente è un palliativo.
ciò che si può fare è affrontarla; caderci dentro sino alle profondità più remote per tentare di risolverla, ma l’unica soluzione resta sempre la fine dell’attesa.
ciò che si può fare è accettarla; continuare a vivere senza nasconderla, e sapersi distrarre quanto basta per non andarci a male.
L’attesa fa sì che la realtà intorno, non abbia alcun odore.